[SPOILER]Arrow stagione 1 – perché la preferisco

Arrow è una serie televisiva messa in onda in America dalla rete CW. Basata e ispirata sul fumetto Freccia Verde della DC Comics, ne differisce in molti tratti ma è riuscita nel suo intento di creare una trasposizione televisiva che renda apprezzabile il personaggio e al tempo stesso che sia autonomo rispetto alla sua incarnazione cartacea.

Attualmente la serie TV consta di 4 stagioni già concluse che si sono susseguite tra alti e bassi.  In alcune situazioni gli episodi hanno segnato addirittura dei punti di involuzione rispetto al buon lavoro fatto in precedenza soprattutto con le prime due stagioni. In particolar modo la deriva magico mistica dell’ultima stagione e la tanto decantata Olicity mi hanno lasciata un po’ interdetta.

Stagione 1

My name is Oliver Queen. For five years I was stranded on an island with only one goal – survive. Now I will fulfill my father’s dying wish – to use the list of names he left me and bring down those who are poisoning my city. To do this, I must become someone else. I must become… something else.

La prima stagione vede il formarsi del personaggio di Arrow come giustiziere incappucciato. Oliver Queen è dato per morto durante un naufragio che ha coinvolto anche suo padre e Sara Lance – sorella della sua fidanzata con la quale la tradiva – ma il ragazzo riesce ad approdare sull’isola di Liànyù.

Scosso per via del suicidio del padre proprio davanti ai suoi occhi – che fino all’ultimo ha fatto di tutto per dargli una possibilità di sopravvivenza – dovrà fare i conti con un ambiente ostile e degli incontri poco raccomandabili per salvare la pelle.

oliver

Attraverso flashback vengono raccontate le vicende che lo plasmano sull’isola, lo induriscono caratterialmente e fisicamente, e che accompagnano in parallelo le vicende che Oliver vive attualmente nella sua Starling City dopo avervi fatto fortunoso ritorno 5 anni dopo il naufragio.

L’attenzione della sceneggiatura non si sofferma soltanto sul dolore e gli eventi che hanno segnato Oliver, ma è importante come la sua stessa dipartita e poi ritorno hanno avuto un effetto sui personaggi intorno a lui. Tutti lo credevano morto ed è una cosa che non poteva certo essere trattata a cuor leggero ma doveva avere delle ripercussioni.

Gli eventi comunque non si fermano solo al “percorso formativo” di Oliver, ma i personaggi introdotti nei flashback hanno rilevanza anche per le questioni criminali e politiche che avvelenano la città. Passato e presente si intrecciano ripetutamente andando a scandire una narrazione che a prima visione può sembrare ricca di buchi e dettagli inutili, ma che ho apprezzato dopo una seconda visione anche alla luce degli eventi delle stagioni successive.

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Procediamo con ordine. L’Oliver che fa ritorno è un uomo mosso da un compito più grande: vuole giustizia e vuole estirpare tutte le persone che danneggiano la sua città. A guidarlo nella missione c’è un taccuino sul quale il padre ha segnato una serie di nomi che corrispondono ai criminali che mano a mano il neonato giustiziere rintraccerà ed eliminerà. Portare avanti l’ultimo desiderio del padre è fonte di riscatto del suo nome ma non è cosa facile e gli servirà più di un aiuto.

Oliver e le persone care

In queste fasi cerca l’appoggio delle persone a lui vicine. Prima la sua ex fidanzata Laurel Lance che è un ottimo avvocato ed è guidata da un ideale di giustizia ritenuto “corretto” secondo la legge, ma lo fa inizialmente senza rivelare la sua identità sotto al cappuccio. Questa scelta in più di un’occasione lo porta inevitabilmente a non riuscire a farle vedere il nuovo Oliver rispetto all’egoista playboy e il tenerle celata la sua identità attraverso menzogne non fa altro che allontanarla.

laurel-lance

In quasi ogni genesi supereroistica troviamo l’eroe che sceglie di nascondersi dietro una maschera per non lasciare trapelare la sua vera identità per paura che le persone a lui care possano diventare bersagli. I muri di indifferenza alzati da Ollie sono solo apparenti e tutta la sua sofferenza nel non poter essere trasparente con Laurel è lasciata trasparire sia nella mimica facciale che per sua stessa ammissione: il non poter raccontare la verità mi fa soffrire come gli altri, se non di più.

Se penso all’Oliver della quarta stagione, così tormentato da quell’oscurità, da quel fardello di errori e vittime che ha accumulato di stagione in stagione, l’Oliver prima maniera era sicuramente più loquace, più disposto ad aprirsi, ancora incline a confidenze. Gli capita di parlare apertamente con la sorella Thea, di passare del tempo con la madre o di lasciar andare i suoi tormenti con la sua guardia del corpo John Diggle.

Oliver e Diggle

Il rapporto con l’ex soldato delle forze speciali è sulle prime battute burrascoso. Fa la conoscenza della doppia identità di Oliver in una situazione critica, ma nel giro di qualche episodio Diggle diviene il punto fermo del protagonista, il suo contatto principale con la realtà e guida nel momento del bisogno. Hai bisogno di qualcuno che ti ricordi chi sei veramente e non ciò che puoi diventare.

E chi meglio di un soldato che ha combattuto e perso tutto in Afghanistan può provare a mantenere razionale e con i piedi a terra l’incappucciato? I due in coppia funzionano bene, due opposti della stessa medaglia, e l’intervento di John è fondamentale per far crescere il personaggio di Arrow ed estendere il suo operato verso un bene superiore che non si ferma alla sola “lista di cattivi”.

Sono tanti i personaggi che entrano in gioco e sarebbe troppo lungo in questo caso parlare dell’influenza di ognuno, per questo ho preferito scegliere quelli che nel bene o nel male sono durati fino alla quarta stagione. Inizialmente volevo fare una parentesi su Felicity Smoak, un personaggio che prima ho imparato ad apprezzare ma che con l’Olicity ho iniziato a odiare profondamente, non per demeriti della Emily Bett Rickards ma per la scrittura degli episodi.

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Riassumo tutto brevemente prendendo spunto da un post che avevo condiviso su Facebook: Felicity è diventata una rompiscatole che vive delle paure della madre in fatto di uomini e vuole giocare al salviamo la città da un pc in situazioni che per come sono scritte rasentano il ridicolo. L’Olicity è una delle relazioni romantiche più noiose mai create, e infatti della prima stagione ho sempre apprezzato il fatto che non è stata forzata la relazione Oliver/Laurel.

Felicity era la simpaticona sempre inopportuna sul lavoro che se non fosse stata una serie tv sarebbe stata già da tempo a spasso con qualche denuncia 😀 Era quella che un po’ ti faceva tenerezza e che per altri era una bella presenza, ma almeno era dannatamente brava nel suo lavoro di scavare nel torbido degli affari della Queen Consolidated prima e come “sidekick” del Team Arrow dopo. Cavolo, era diventata una sorta di modello.

Quello che ho apprezzato

La prima stagione per me ha funzionato perché era credibile. Il male è incarnato in qualcosa di tangibile a cui ci si può relazionare, è umano. I potenti, i ricchi, gli sfruttatori senza scrupoli che usano la città come personale parco giochi alle spalle di chi la città la abita, la vive, produce per fare una vita dignitosa anche con poco.

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Sfruttano le debolezze, i cedimenti di gente comune. Mafia, droga, classi sociali più povere ghettizzate e tenute il più possibile lontane dagli occhi. Per molti è una realtà di tutti i giorni. Non c’è bisogno di inserire eventi soprannaturali o poteri senza eguali per ottenere un risultato che tenga attaccati alle vicende.

Arrow ha funzionato perché molte storie si intrecciavano e mantenevano un alone di mistero. Ogni episodio aggiungeva un pezzetto in più di un grande puzzle che riusciva a coinvolgere perché ogni personaggio era un tassello in qualcosa di più complesso. A lungo andare la sensazione che ho ricevuto è che tutto ciò sia andato a perdersi.

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Gli stessi flashback della quarta stagione per me non hanno fatto altro che aggiungere esiguo senso alle vicende. Il tutto poteva essere riassunto in “ok, c’è un idolo che si nutre di morte e mi fa diventare potente”, e questo si era capito già molto presto e Oliver ne era già a conoscenza. I flashback nella prima stagione sono invece un calvario fatto di incontri e perdite, di lezioni apprese che si riflettono poi “ai giorni nostri”.

Conoscere Yao Fei, Shado e Slade Wilson non sono solo un vezzo per allungare il brodo e raccontare una storia triste, ma sono la base per comprendere il modo in cui Oliver si comporta e un mezzo poi per potersi sganciare dal passato e proseguire con una seconda stagione su altri temi. Le stesse figure che in apparenza sembrano minori come il mercenario Edward Fyers si intrecciano con figure di potere molto importanti come Awanda Waller e China White che assumono rilevanza capitale in seguito.

La faccia che ho avuto per 23 episodi
La faccia che ho avuto per 23 episodi.

Arrow non è una serie perfetta, tuttavia era in grado di prendermi tantissimo. La trovavo interessante e ben costruita per tutta la durata della stagione. C’era tutto il necessario per una buona serie: azione, intrighi e relazioni. Dopo la seconda stagione ho avuto sempre più difficoltà a seguire, con la quarta che è diventata una stagione dove non succede niente per gran parte degli episodi.

Una stagione contenitore dove infilare il più possibile per introdurre personaggi crossover o riesumare qualche serie ormai andata. Si è trascinata avanti episodio su episodio che quando ho visto il finale, il mio commento al collega Giorgio è stato all’incirca: “vabbè ma se ‘sta cosa la facevano prima ci eravamo risparmiati 20 episodi meh”.

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